03 gennaio 2026

RITO DI BENEDIZIONE PER IL PRESEPE DEI NETTURBINI E LE PIETRE DI ORVINIO

 



Si è svolto oggi 16 dicembre 2025, presso la sede Ama di via dei Cavalleggeri 5, il rito di benedizione dello storico Presepe dei Netturbini romani.

La cerimonia è stata officiata da S. Em. Rev.ma Baladassare Reina, vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma.

Sono intervenuti il Sindaco Roberto Gualtieri, l'Assessore all'Agricoltura Ambiente e Ciclo dei Rifiuti, Sabrina Alfonsi, il Presidente di Ama S.P.A., Bruno Manzi e il Direttore Generale Alessandro Filippi.

Dall'anno della sua creazione il Presepe dei Netturbini rappresenta uno dei più suggestivi appuntamenti natalizi per romani e turisti. Questa originale e caratteristica rappresentazione della Natività è stata realizzata nel 1972 (all'interno della sede di zona Ama di via dei Cavalleggeri 5) da Giuseppe Ianni, operatore ecologico a quell'epoca in servizio, che una volta in pensione e fino alla sua scomparsa nel 2022 ha continuato a custodirlo, curarlo e abbellirlo.

Il presepe ricostruisce fin nei minimi dettagli lo stile delle tipiche costruzioni della Palestina di 2000 anni fa ( 100 case, tutte illuminate, costruite con pietra di tufo e lastre di selce e curate nei minimi dettagli con porte, finestre e balconcini, un caminetto fumante; 54 metri di strade in lastre di selce; 3 fiumi lunghi complessivamente  9,50 metri con 7 ponti e 4 acquedotti lunghi 18 metri e sostenuti da ben 18 arcate; l'acquedotto più piccolo realizzato in tufo romano; gli altri tre con frammenti di marmo del colonnato e della facciata della Basilica di San Pietro, ricevute nel 1979 in occasione del restauro dello stesso colonnato berniniano).

Oltre che dall'opera del suo creatore il presepe continua ad essere arricchito anche oggi dalle migliaia di visitatori che negli anni hanno donato e continuano a donare le pietre della propria città o nazione. La base dell'opera è infatti composta da oltre 3.000 pietre, di cui 350 provenienti da vari angoli del pianeta, ciascuna con la sua etichetta, inclusa una pietra lunare e un frammento di meteorite proveniente da Marte. Di queste 3.000, quattro provengono dal territorio di Orvinio; una di queste quattro raffigurante il Santuario delle Madonna di Vallebona  di Orvinio è incastonata in bella evidenza nella parte frontale in alto a destra del presepe, vicino alla pietra lunare (orvinio.blogspot.com)

Al Presepe dei Netturbini, nel corso degli anni hanno voluto rendere omaggio illustri personalità nazionali e internazionali sia religiose che laiche: Papa Paolo VI (1974), Papa Giovanni Paolo II (1979/2002), Papa Benedetto XVI (2006), Madre Teresa di Calcutta (1996), Padre Ibrahim Faltas (Responsabile della "Grotta della Natività di Bethlemme), S.E. Cardinali Angelo Sodano e Tarcisio Bertone (Segretari di Stato del Vaticano), il Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti (1991) il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (2007) oltre ai primi cittadini della Capitale.

E' possibile visitare il Presepe dei Netturbini, aperto tutto l'anno.









































































17 marzo 2023

Cervelli di Canemorto

 

CERVELLI di Orvinio (RI)

fig. 1

fig. 2

fig. 3

fig. 4

 ARMA: D'argento (?) alla colomba al naturale (?) sorgente da un monte all'italiana a sei cime d'oro (?) accostata in capo da una stella d'oro (?).
Poche sono le notizie in nostro possesso riguardo la nobile famiglia Cervelli di Orvinio (anticamente Canemorto), attualmente in provincia di Rieti, un tempo di Perugia. La nostra ricostruzione dell'arma 
[fig. 1] è basata sullo stemma che si trova sulla facciata del vecchio palazzo di famiglia, all'altezza del piano nobile [fig. 2], la cui conservazione non ottimale non rende riconoscibile l'insegna dell'uccello. Una nostra elaborazione con il fotoritocco, tesa ad eliminare la staffa di metallo che attualmente sostiene lo stemma, farebbe supporre che si tratti di una colomba, tesi avvalorata anche dal toponimo Palombara (ossia colombaia), presente sempre in Sabina. Nessuna traccia è rimasta dei colori dello stemma, innegabilmente attribuibile ai Cervelli grazie all'iscrizione alla base della sua decorazione "COLAGNELO CERVELLI" che lo farebbe risalire ad un tale Nicola Angelo Cervelli. Secondo alcune teorie, tale illustre cittadino di Orvinio potrebbe essere lo stesso ritratto nel '600 dal pittore Vincenzo Manenti nella cappella Cervelli della chiesa Santa Maria dei Raccomandati a Orvinio, all'interno della quale si trova una seconda versione dello stemma [fig. 4], realizzata in maniera piuttosto grossolana. Membri della famiglia Cervelli fecero parte nel XVII secolo del Consiglio Comunale di Canemorto/Orvinio; nel 1633 tale Consiglio giurò fedeltà ai Principi Borghese, che acquisirono dalla famiglia Muti la Baronia del territorio di Canemorto. Nota: In alcuni documenti ufficiali il cognome si trova nella versione latinizzata "Cerbelli".

 Nel 1760 Nicola Cervelli, Esattore della Comunità di Canemorto dal 1754 al 1758, fu accusato di appropriazione indebita di denaro proveniente dall'esazione delle tasse e condannato al carcere e al pagamento di un'ammenda di 630 scudi (Archivio di Stato di Roma - Serie II dell'Archivio del Buon Governo: bilanci, nomine di magistrature comunali, istanze e controversie di Comuni e di privati, cause, scritture della Repubblica Romana e della epoca napoleonica, passaggi di truppe, calamità, ecc… - Miscellanea per località [1




30 dicembre 2022

ALLA SERA - poesia di Giacomo Leopardi recitata da PIETRO ATTILIA di Orvinio

 


ALL'OMBRA DEI CIPRESSI - poesia di Ugo Foscolo recitata da PIETRO ATTILIA di Orvinio



A SILVIA - poesia di Giacomo Leopardi recitata da PIETRO ATTILIA di Orvinio

 


SAPRAI CHE NON T'AMO E CHE T'AMO - poesia di Pablo Neruda recitata da PIETRO ATTILIA di Orvinio

 






21 dicembre 2022

ACRILICI IN VERSI di Gianni Forte e Pietro Attilia


CHIESA DI SAN GIACOMO - ORVINIO       1/15 AGOSTO 2021

Recensione mostra evento: ACRILICI IN VERSI a cura di Pietro Attilia

Questa mostra di Gianni Forte ha un merito, una specificità, ed una intuizione comunicativa che va a parlare, a narrare alla gente del posto, dove si espone. Qui non ci sono opere, ritratti e paesaggi, freddamente postati per attirare l'attenzione e stimolare il visitatore all'acquisto. Non c'è scollamento tra esse. Le poche single  contornano  la storia /narrazione. Il pittore, tramite i personaggi dei quadri rappresentati, parla alla Comunità Orviniese, che messa davanti ad uno specchio, si riflette e si riconosce e si emoziona.
E' uno spaccato di vita, costume , tradizione religiosa, che avvolge tutto il paese e lo lega alle sue radici ed  al suo territorio. Queste non sono immagini che entrano in una chiesa, ma è la Chiesa che esce dal suo perimetro e tenta un approccio culturale, umano, possiamo dire culturale, umano, possiamo dire sociale, che lega gli esseri nel nostro sentire più intimo, sia esso laico o religioso, personale, ma al contempo, impersonale ed indistinto, dove ..Tutti quelli di Orvinio...si riconoscono.
Questa personale dell'artista, diventa all'uopo una splendida scenografia di noi orviniesi, e possiamo dire, come il cantautore  De Gregori cantava....la storia siamo noi...qui siamo NOI, e il pennello di Gianni, la immortala in questa splendida location di San Giacomo.
Quando si dice che la pittura è poesia silenziosa, e la poesia è pittura che parla è pittura che parla, vengono toccati i nostri primi due sensi: l'occhio vede..il bello..., l'orecchio sente..la bellezza, e noi al contrario di quello che si banalizza, noi siamo quello che mangiamo, noi siamo quello che vediamo e quello che sentiamo.
Per questo a cornice della pittura, alcune delle più belle poesie scritte dai più grandi poeti del passato sono state interpretate e proiettate durante il periodo della mostra.
Ci piace fissare in immagine questo evento con una celebre frase di Shakespeare poi ripresa da tanti:
Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, e nello spazio e nel tempo di un sogno è racchiusa la nostra breve vita.

                                                                                                            PIETRO ATTILIA



 LA MADONNA DI VALLEBONA E LE CONFRATERNITE

Qui si è voluto rappresentare Orvinio nella sua tradizione e religiosità con i costumi delle Confraternite e dei suoi personaggi.
A memoria non sembra che queste siano mai state rappresentate in qualche opera. Infatti sono le Confraternite, al centro che spiccano nelle figure dei due pellegrini in ginocchio, in adorazione della Madonna con il Bambino. 

Qui il pittore, sempre innamorato del Caravaggio, ha voluto riproporre la rappresentazione di un'altra opera, la Madonna dei Pellegrini (visibile nella Chiesa di Sant'Agostino a Roma). In questo quadro c'è una raffinata sovrapposizione  con due figure nello stesso personaggio, prestato dall'altro (l'Angelo di San Matteo). E' la figura del caro zio Armando (in posa come San Matteo) che ascoltato l'Angelo, rappresentato da un altro mitico concittadino, Franco chiamato Spartaco e qui (dove avviene la sopvrapposizione) zio Armando (San Matteo) rivolgendo le sguardo in ammirazione, ritorna in ginocchio pellegrino, assieme all'altro pellegrino, il nostro amatissimo Renato. E sono i nostri Confratelli ad adorare la Madonna di Vallebona, sostituita con la Vergine del Caravaggio (abile gioco di Gianni)

L'animale in basso è Betty, una cagnolina molto coccolata in paese.




CONFRATERNITA IN PROCESSIONE CON LE AUTORITA'

A sinistra dei due confratelli in ginocchio, abbiamo la testa della processione di una Confraternita (i blu del Gonfalone) prossimi al centro , vicini alla...meta, ai due pellegrini seguiti dalle autorità.


Sono ben visilbili e riconoscibili tutti i personaggi, Sindaco, Maresciallo, Vigile e l'uomo con la giacca rossa, preceduti dai due confratelli; ed il fermo immagine, è solo una frazione del movimento del gruppo, del procedere silenzioso e composto, ripreso nel passaggio sul corso (l'arco della Pretura).Il pittore fa molto uso di particolari, come il cappello bianco a sinistra (dove si rappresenta) e la postura della lepre, anch'essa in processione.







CONFRATELLI IN PROCESSIONE CON SOMARO


Alla destra dei due confratelli ritroviamo sempre l'immagine della processione con la Confraternita dei rossi (Santissimo Sacramento) che convergono anch'essi verso il centro di adorazione. Qui vengono mostrati i due Priori, il Vescovo, il Parroco ed un pellegrino e tre personaggi di Orvinio. Una donna inginocchiata molto religiosa, un confratello sempre vigile in chiesa, e l'altro, l'unico che non procede con lo sguardo come gli astanti (una memoria ad un confratello da poco deceduto)In questo quadro sembra che il pittore abbia dato la preminenza alla figura del Somaro in prima fila con il muso prospiciente.Per allegoria, questo è un senso di umiltà e di sottomissione, ed il Somaro ne incarna la virtù degli orviniesi in precessione, "fissata"  mentre transita in prossimità di un altro arco sempre su corso Manenti.



IL TRITTICO


Ora se assembliamo il quadro centrale (i due pellegrini) con le due pale laterali, otteniamo un trittico spettacolare, per immagini, colori e movimento, con le Confraternite ben mostrate che vanno verso il centro, verso Vallebona, simbolo di forte attrattiva orviniese, sia essa religiosa, laica o spirituale.


Questo trittico, che ci riporta all'antico, in chiave moderna, è una somma di combinazioni sentimentali, la fede, la tradizione nei costumi, l'amore verso i deboli.
Si dice che un grande artista adopera tutto ciò che si è conosciuto o scoperto nella sua arte fino a quel momento, poi va oltre ciò che è stato conosciuto e crea qualcosa di suo.


GLI EVANGELISTI

Ripartendo dal trittico iniziale, il pittore ha arricchito la contemplazione del "suo Orvinio e le Confraternite" con altre quattro opere, che vanno ad inserirsi con lo stesso linguaggio nella narrazione che lo stesso artista fa dei personaggi rappresentati.In una visione religiosa e convenzionale del nostro ambiente locale, fatto di tradizioni, costumi e devozione, la precessione delle Confraternite, può diventare un Presepe ed avvolgersi in aspirazioni evangeliche, e che meglio ha narrato la vita di Gesù se non i quattro Evangelisti?Ed ecco il pittore, con un continuo di pennello e fantasia, li riporta in mezzo alla vita religiosa e paesana del nostro Orvinio. I quadri si dispongono su un piano orizzontale, come una foto panoramica, quando l'obiettivo delicatamente si muove sullo stesso asse, per abbracciare la bellezza dell'immagine nel suo intero e raccoglierla in un unico fotogramma.

La scenografia è movimento e questi quadri non sono solo vitali e parlano, ma tutta la gestualità dei personaggi è un racconto di attori che si muovono sul loro palcoscenico più vivo e naturale. Il colpo d'occhio d'insieme con l'alternarsi e il combinarsi dei colori, dei volumi delle figure, con i contrasti di scuri e luce è sorprendente, bello e gradevole, che appaga gli occhi e l'anima dello spettatore.

Ora facciamo un piccolo preambolo, il tetramorfo (dal greco antico quattro) secondo San Gerolamo, sintetizza la totalità del mistero cristiano rappresentato con i quattro Evangelisti: la Passione, il bue è San Luca; l'Incarnazione, l'uomo alato l'Angelo è San Matteo; la Resurrezione, il leone è San Marco; l'Ascensione, l'aquila è San Giovanni.


SAN LUCA


Il primo evangelista rappresentato è San Luca con il suo bue che materializzato sta entrando in una porta/vicolo di Orvinio. Il simbolo, la fantasia si concretizza in uno specchio della realtà locale, aderente al personaggio nel suo ambiente più prossimo.

La perfezione dell'espressione, rubata al rappresentato e cestita dei colori (notate il parallelo di movimentazione dell'animale e del cromatismo della tavola) ci riporta ad un opera del Caravaggio (la conversione di Saulo).







SAN MATTEO


A seguire troviamo l'altro evangelista San Matteo, l'Angelo, con l'immagine di una orviniese adottata, splendida isola, nel mare orviniese ma senza contorno paesaggistico (perché non nativa del luogo); qui oltre alla ripresa dei colori caravaggeschi, Gianni ha rubato la postura del viso dell'Angelo ad un seguace del Caravaggio, il nostro Manenti con l'opera, l'Educazione della Vergine, nel volto della madre della Madonna.








SAN MARCO


Il terzo evangelista San Marco con il leone. Il personaggio ed il suo simbolo qui ha tre magnifiche rappresentazioni: il leone irrompe nella fontana del paese, prossima al luogo del raffigurato; la vaschetta in offerta della famosa cesta di frutta del giovane di Caravaggio e il bicchiere che il fantasioso Gianni fa poggiare dal "giovane" ripreso in abito da lavoro (superbo lo sguardo e la postura) come il calice del sacerdote sulla balaustra, sull'altare, a simboleggiare il sangue di Cristo, in offerta nelle funzioni religiose. Il quadro si chiude con la ciliegina sulla torta: il gatto, perfetto che guarda l'astante, come a dire: eh ci sono anch'io!







SAN GIOVANNI


Chiudiamo questa panoramica ed arriviamo al quarto evangelista San Giovanni e l'aquila. Il simbolo volteggia sopra l'abitato del personaggio, nella sua quotidianità lavorativa, che pare riprenda l'offerta del precedente evangelista, con la mano tesa che offre, in alto, e allo stesso modo dona, in basso cibo agli animali. Mentre San Marco offre il calice (sangue di Cristo) qui San Giovanni offre il pane (il corpo di Cristo) ed il suo sguardo è rivolto in alto, in ammirazione, dove l'aquila, il simbolo dell'ascensione, sembra che abbia virato e richiama la sua attenzione. Anche in questo dipinto, non poteva mancare il richiamo ad un'altra opera del Caravaggio: la zingara che legge la mano al giovine, ha lo stessa cappello dell'evangelista raffigurato.






SAN PAOLO L'EREMITA E SANT'ANTONIO ABATE


Continua ora il nostro pittore riprendendo i colori del Manenti, e prendendo a prestito due sacre immagini rappresentate, ne fa una narrazione moderna e attuale, il quadro bel visibile nella chiesa parrocchiale di Orvinio, ci mostra San Paolo l'Eremita e Sant'Antonio Abate in adorazione e ammirazione dell'Altissimo.

Ora ingannando la nostra visione ottica i due Santi diventano due personaggi reali e a noi vicini. San Paolo è interpretato da un personaggio enigmatico e solitario che racchiude nelle sue mani congiunte la forza interiore, acerba, potente e genuina per ispirarsi a quel luogo sacro (Vallebona e lu Romitu, una sua lirica) tenendo a se un pettirosso (altra sua poesia) immagine di amore e libertà.

L'altro personaggio che ha preso il posto di Sant'Antonio Abate si esprime in contemplazione e ammirazione dell'altro luogo anch'esso sacro (Petra Demone) da cui attinge memorie e ricordi che gelosamente custodisce nel suo baule dove è seduto. Il geco aggrappato per le comunità primitive è un simbolo di comunione tra il mondo dei morti e quello dei vivi, mentre il liuto, appoggiato sulle gambe (qui c'è un riferimento a Caravaggio e al giovane con il liuto), richiama il giorno della festa di Sant'Antonio Abate, dove una tradizione popolare vuole che  i "bottari" suonino la musica per allontanare il demonio. I bottari perché costruivano e usavano le botti, hanno usato le stesse e strumenti simili per procurare, battendole, quel suono che oltre al maligno, teneva lontano anche gli animali pericolosi per l'uomo e a salvaguardia del suo raccolto. Il lupo, poi, tra i due li accomuna nella fierezza del carattere. Con l'abbigliamento dei due personaggi nei colori usati dal Manenti, ma reali e quotidiani, a questo punto, è come se Gianni li volesse. far uscire dal sacro incantesimo per riportarli alla vita di tutti i giorni qui a Orvinio.


LE QUATTRO VIRTU' CARDINALI


I quattro evangelisti cedono la scena ai quattro portatori. Qui siamo alla processione iù evocata, quella di Sant'Antonio) che richiamano le quattro virtù cardinali: la Giustizia (la bilancia), la Prudenza (la sapienza), la Temperanza (equilibrio), la Fortezza (la roccaforte)

E qui la interpretiamo nel periodo intermedio che va dal tardo Rinascimento al Barocco. Significativa è anche la sequenza che il pittore vuole dare del Manenti, come se volesse trascinarlo, proiettarlo in quel periodo susseguente al Rinascimento (il Barocco) che già dominava l'epoca, in Europa, mentre il nostro Manenti era rimasto alla scuola precedente. Il Manenti ha un'espressione timida, sembra quasi spaesato, come a rimarcare l'estraneità nel contesto odierno, quasi volesse dire, rimettetemi nel mio tempo, qui sono fuori tempo, mentre il pittore lo tiene ancorato alla sua pittura, ai suoi colori con questo quadro. Ma il centro della scena è un altro personaggio orviniese, che il pittore pone in un svra piano, come distaccato dai quattro elementi ma senza sminuire la rappresentazione, lui volge lo sguardo all'avvenire, ha già visto e superato il passaggio, il passato dei quattro uomini (le virtù sono tornate fisicità) e fissando l'approssimarsi del Santo, guada in avanti. Esprime qui il personaggio tutto il suo pensiero filosofico, che si racchiude nella frase riportata...nel firmamento pittorico: "stò all'appomissu!" Mi sono messo in un punto strategico di osservazione e riparo, che posso guardare in lontananza (orizzonte) senza condizionamenti (riparato dalle intemperie), che invece voi umani vi portate dentro," Qui c'è tutta la nostalgia e simpatia orviniese verso gli umili, ma saggi, che nella Comunità trovano amore e risalto.


LA DUALITA' UMANO/DIVINO


Segue un'altra trasposizione pittorica presa a prestito da altro capolavoro del Caravaggio (dove le quattro virtù cedono la scena alla dualità umana e divina): il sacrificio di Isacco. Questo è un particolare della scena, dove l'Angelo (il divino) si avvicina ad Abramo per dirgli che Dio ha accolto l'ubbidienza di Abramo (doveva sacrificare il suo figlio primogenito) e quindi in riconoscenza accetta che venga sacrificato in sua vece un agnello. I due soggetto orviniesi rappresentati, sono due donne anziane riprese in una anonima conversazione, in fila sedute presso l'Ufficio Postale. La postura della donna a sinistra è quella dell'angelo che parla all'orecchio di Abramo, mentre a destra vediamo la stessa torsione di Abramo verso l'Angelo, incarnata dall'altra donna anziana. Per simbologia, notiamo la pecora, portata dall'Angelo, che sostituisce il sacrificio di Isacco, evidenziato dal bollettino/sacrificio umano da pagare di Abramo.

Questo è un altro riferimento, orviniese, dove la semplicità di un gesto anonimo, di due persone anziane, quindi fragili, viene colto dall'artista come fosse una carezza alla semplicità e alla genuinità di un'immagine profana di un sacro rappresentato


LA TRINITA'


Terminiamo questa narrazione delle confraternite, con altro riferimento teologico, e dalla dualità Divino/Umano torniamo al mistero principe della religione cristiana: il mistero della Trinità, uno e trino. Il padre, un confratello rappresentato da altro orviniese, che giganteggia con l'espressione del viso e con la possanza del corpo, sorregge il mondo, e con la forza delle Sue mani lo sostiene (lo stendardo è la Terra) facendo scivolare sulla mano del Figlio, un nostro vivacissimo bambino, la fune che la dirige, e la lega al Divino che l'ha creata. E' infatti il Figlio Gesù che scende sulla terra per amarci, ed il proseguimento della fune, per l'artista va oltre fino ad accarezzare ed a posarsi dolcemente sul collo del cane. Elegante e bella questa trasmissione con la fune! E' un fluire, un passaggio dell'amore dal Padre verso il Figlio Gesù, verso l'umanità, che scorre e viene donato al popolo, al cane simbolo di Orvinio. Orvinio=Israele! Termina la simbologia della Trinità con lo Spirito Santo, la colomba sul colletto del bambino. L'altro confratello, un orviniese dal forte temperamento, con le vesti della Confraternita del Santissimo Sacramento, qui rappresenta Tertulliano, lo scrittore romano, filosofo e apologeta cristiano, che fu un grande teologo ad esprimere per primo la teologia trinitaria. L'espressione del viso di Tertulliano, pare audace, ma ferma nell'incrociare lo sguardo del Dio Padre, che pare compiacersi della verità emanata, pur mantenendo la solennità del suo viso. Notiamo qui in particolare una somiglianza con il quadro di Raffaello, la Scuola di Atene, dove l'avanzare del confratello blu (il Padre), con lo stendardo, la Terra, è lo stesso movimento di Platone, che indica con la mano destra l'alto, le idee, il bene e con la sinistra tiene il Timeo. Nella postura e torsione della due mani, possiamo rappresentare il mondo e la sua interezza, che il Padre, guida in cammino. Bellissimo questo incrocio, il guardarsi dei due confratelli, la curiosità del bambino, la postura del cane ed in basso a sinistra, l'allegoria del peccato, il serpente, che verrà calpestato. 

Nei cinque soggetti, ognuna ha una direzione propria ma tutti si muovono nella stessa cornice rappresentativa.

Questa è un'abilità artistica, che fa il paio con i personaggi appena accennati sullo sfondo nero, che scesi dal drappo dello stendardo (la Terra) diventano umani in mezzo agli umani e chiudono la processione e la rappresentazione paesana di Orvinio con il suo cane, simbolo in primo piano.

Questa sovrapposizione conclusiva con le figure di Aristotele e Platone sui visi dei due confratelli è una finestra con una tenda trasparente. Come se l'artista volesse invitare lo spettatore a guardare fuori oltre la leggerezza della tenda lo spettacolo della processione, esterno al corpo osservante ma intimo nell'animo e nell'occhio di una camera fotografica. 

SIAMO FATTI DELLA STESSA SOSTANZA DEI SOGNI, E NELLO SPAZIO E NEL TEMPO DI UN SOGNO E' RACCOLTA LA NOSTRA ESISTENZA: l'arte nutre i sogni e la fantasia!

                                                                                                                            PIETRO ATTILIA

27 agosto 2021

Leonardi luigi

 Nato a Orvinio, domiciliato a Poggio Mirteto di professione calzolaio, d’anni 36.

Nel 1859 fece parte come volontario in Perugia, dove combattè il 20 giugno contro i mercenari svizzeri dell’aborrito Pontefice.

Nel 1860 come volontario nei Cacciatori del Tevere sotto il comando del generale Masi.

Nel 1867 si trovava in Alessandria d’Egitto, da dove partì per raggiungere i volontari garibaldini, sotto il comando del colonnello Frigesi; moriva da prode il 3 novembre 1867


Il Monastero Benedettino di S. Salvatore Minore

 Il Monastero sorgeva a 4 chilometri da Scandriglia e fu fondato da San Domenico da Sora.

Questo Santo ricordiamolo, prese l’abito monacale nel monastero di Santa Maria, nel Castrum di Petra Demone. Per avere notizie sulla vita di San Domenico, abbiamo gli scritti del monaco Alberico (vissuto circa 1000 anni fa) che intervistò persone che durante la loro vita conobbero o addirittura vissero con San Domenico. La Biografia di Alberico naturalmente ci parla anche di quando il marchese Uberto andò a trovare San Domenico che conduceva vita solitaria sulla montagna sopra Petra Demone. Ma lasciamo parlare Alberico: ”Piacque talmente la santità di Domenico che lo supplicò, con preghiere insistenti e continue, perché si interessasse ad edificare in qualunque posto del suo territorio che gli sembrasse più adatto, un monastero per i servi di Dio. Il marchese non si stancò di supplicare insistentemente fino a quando non ottenne da Domenico quanto richiesto. E così Domenico costruì in Scandriglia un Monastero che volle fosse dedicato a Cristo Salvatore. Il marchese concesse ad esso una dotazione atta a soddisfare qualsiasi futura necessità e che ancora oggi alimenta con larghezza un numero non piccolo di monaci. Dopo aver costruito quindi un monastero ed avervi riunito molti fratelli, stabilì che uno di essi, di nome Costanzo, uomo molto preparato a questo compito per vita, per scienza e per capacità di parlare, facesse da superiore”, Domenico invece si trasferì insieme a un certo Giovanni sul monte Pizzi in solitudine.

Dunque il monastero fu fatto costruire da marchese Uberto sulle sue terre, Dedicato al Salvatore, fu intitolato Minore per distinguerlo da quello di San Salvatore Maggiore. Il primo abate del monastero di Scandriglia (costruito secondo una pianta rettangolare) fu proprio San Domenico.

Al piano terra del monastero c’erano le officine, al piano superiore le stanze dei religiosi. Il monastero contava due cortili. La chiesa situata a sinistra dell’ingresso principale aveva 3 altari ed alcune nicchie con arredi in marmo ed in legno. L’altare maggiore, con il tabernacolo al centro, aveva decorazioni e miniature dei 4 evangelisti, c’era inoltre l’altare di San Benedetto con quadro e quello dell’Ascensione di Gesù Cristo. Con il passare degli anni la chiesa si arricchì di vari lavori ed opere d’arte come il quadro della Vergine di Farfa tra i SS. Benedetto e Scolastica, di un quadro del Crocifisso ecc. Le notizie storiche che seguono sono tratte Scandriglia di Umberto Massimiani. Nel 1083 il conte Todino cedeva all’Abate di Farfa i castelli di Petra Demone e Scandriglia con le relative chiese e monasteri, che furono dichiarati inalienabili e confermati nel diploma dell’imperatore Enrico IV (1050-1106). L’inalienabilità del patrimonio causò contrasti e lotte con usurpazioni di terre. 


DA CORE A TIVOLI – APPUNTI DI LUIGI MORANDI

 I piccoli paesi di Monticelli e Sant’Angelo a pochi chilometri da Tivoli erano occupati da tre battaglioni del tenente colonnello Paggi, il quale si pose agli ordini di Pianciani. E fu buona ventura codesta, perché il nemico si disponeva ad attaccar Monticelli. Pianciani ordinò al Paggi di lasciare un battaglione sulle alture e di avanzarsi verso verso Tivoli con gli altri due.. Il nemico sospese la marcia nella pianura e ce ne fecero accorti i fuochi notturni, Sull’imbrunire anche l’altro battaglione ebbe l’ordine di recarsi a Tivoli; e alle 5 antimeridiane del giorno 6, S.Angelo e Monticelli venivano occupati dal nemico, che trovò casa vuota. Nella notte, tutti i nostri ufficiali superiori si riunirono a consiglio e deliberarono di abbandonare Tivoli ordinatamente, prendendo la via di Arsoli e le alture di Rio Freddo e Vallinfreda, per appoggiarsi al confine italiano di Orvinio, e là aspettare istruzioni e notizie sicure.

Alle 9 del 6 novembre 1867, la colonna composta di 4 battaglioni, si poneva in marcia con ordine perfetto.

La città era nello squallore; ma la Guardia nazionale stava sotto le armi e promise di mantenere alta la sua bandiera, finché avesse potuto, e in ogni modo, di conservarla, per rialzarla di nuovo e per sempre.

Una trentina di cittadini di Tivoli e de’ vicini paesi, ci seguirono, emigrando volontariamente.

All’una pomeridiana eravamo a Vicovaro; alle 4 ad Arsoli, dove si pernottò. Alle 3 pomeridiane del giorno 8, dopo una marcia sempre ordinata, ma oltremodo faticosa, su per quei monti privi affatto di strade, giungevamo a Vallinfreda, dove risapemmo che Garibaldi stava sotto buona custodia alla  Spezia, e che le truppe italiane avevano sgombrato il territorio pontificio, in cui non restavamo che noi e i pochi volontari comandati dall’Orsini.

Una colonna di 2000 Francesi ci pedinava, occupando successivamente i luoghi da noi abbandonati; non osava tuttavia attaccarci, dacchè noi avevamo sempre posizioni vantaggiose sulle alture, da dove anche le sassate avrebbero fatto meraviglie quanto gli chassepots.

Il restare più a lungo nel territorio nemico sarebbe stata follia.

Ma innanzi di ripassare il confine, si convenne con l’Autorità politica di Orvinio, affinché ai volontari venissero usati i maggiori riguardi.

Pianciani dettò un ordine del giorno, che fu letto tra vivissimi applausi; dacché esprimeva fedelmente le idee di tutti i volontari. 

Alle 10 del mattino il colonnello passava il confine, e al sindaco di Orvinio (Vincenzo Segni) e al Delegato di Orvinio, che gli erano venuti incontro, diresse queste precise parole: “ Io intendo di fare una formale dichiarazione. Al di là del Confine, noi siamo stati soldati della rivoluzione romana; di qua siamo cittadini ossequienti alle leggi del Governo italiano.” Ciò detto si discinse la sciabola e la presentò al sindaco, il quale, commosso, la rifiutò.

Alle sette della sera, al grido di  “Viva l’Italia!” “Viva Garibaldi!”, “Viva il nostro colonnello!”, i quattro Battaglioni deposero le armi, non senza qualche lagrima che invano taluni sforzavansi di celare!

La marcia lunga e disagiata aveva pure avuto qualcosa d’ameno.

Un frate piemontese che ci seguiva, ad ogni quattro passi sfoderava una predica, e diceva roba da chiedi contro il Papa, i Gesuiti, ecc, ecc, ai volontari e ai contadini che stavano a bocca aperta a sentirlo. Per lui il predicare ogni momento era un bisogno, come ne’ cani (Dio mi perdoni il paragone!) quell’abitudine che tutti sanno.




 Circolare indirizzata da mons. Canali al Vicario di Canemorto su alcuni abusi annotati durante la visita pastorale. Rieti 20 giugno 1835.


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Prospetto generale dei paesi della Diocesi Sabina quale risulta dagli atti della visita Odescalchi (1833-’36)


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                               Canemorto:

abitanti 1390

sacerdoti        2

chiese        6

parrocchie        1

cappellanie        1

confraternite        2

ospedali        1

monti frumentari -

maestri        1

chierici        4

seminaristi        3

case di religiosi -

religiosi         -

case di monache 1

monache         2

eremiti 2

oratori -

altari 5

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CANEMORTO

Era feudo del principe Borghese. Residenza di un governatore. “E’ comune principale. Evvi la Brigata dei Bersaglieri, che molto inquietano la popolazione, ed il Parroco”. Residenza del vicario foraneo, che “una volta risiedeva a Pozzaglia che reclama quest’onore”.

 

Introduzione alla visita

Mons. Canali vi giunse nel pomeriggio del 24 settembre 1836 proveniente da Poggio Moiano. Il viaggio fu molto disagevole per la “pessima strada”.

Fuori del paese venne accolto dal parroco, dalla popolazione, dai bersaglieri e dalla banda musicale. Alloggiò presso l’avvocato Gregorio Morelli.

La mattina del 26 partì per Petescia. Dopo aver visitato le parrocchie di Montorio in Valle e Pozzaglia, ritornò a Canemorto il giorno 1 ottobre “per sistemare il controverso luogo per la fabbrica della nuova chiesa”. In tale occasione il prelato prese visione della documentazione presentata dagli architetti Raimondi e Valadier.

A causa di una pioggia dirotta dovette trattenersi fino al giorno 4 ottobre quando partì per Scandriglia.

Popolazione

Anime 1390. I confini della parrocchia coincidono con quelli del comune.

Assistenza ostetrica: 1 levatrice: Maria Angela Segni.


Clero

Don Giuseppe Giammattei di anni ventisette di Canemorto nominato parroco dall’Odescalchi.

Don Giacomo Francorsi di anni cinquantaquattro di Canemorto maestro di scuola di “ottimi costumi”.

Chierici minori: Fabri Domenico di anni ventidue, Mastrangeli Fausto di anni diciannove, Bernabei Vincenzo di  anni venti tutti presso il seminario di Magliano.

Chierico coniugato: Felice Francorsi con mansione di segretario della parrocchia.

Eremiti: Angelo Persiani in S. Maria del Piano ambedue di anni sessanta.


Stato materiale delle Chiese

Per il titolo della chiesa parrocchiale si ha una difformità. Infatti, mentre nel prospetto generale riportato da convisitatore si identifica il titolare in S. Nicola di Bari, il parroco nelle sue risposte ai quesiti afferma: “La Chiesa parrocchiale di Canemorto in Sabina ha titolare l’Arcivescovo di Mira S, Niccola (sic): fu consacrata nel dì 31 marzo 1536 da Monsignor Santorelli e si sa che d’essa fu riedificata nell’anno 1530 e nell’anno poi 1680 venne ridotta alla forma, in cui oggi si vede, e dietro istanza di. Questa illustre Comunità fu dall’Abbate Nuro (?) di chiara memoria accresciuta nel 1716 di due retrostanze, di una sagrestia, e di altre tre stanze sovraposte”.

La manutenzione, per decreto della Sacra Congregazione del Concilio in data 13 maggio 1679, spetta all’Abate pro tempore della chiesa di S. Maria del Piano “godendone quegli tutto l’utile della decime in circa annui scudi 900. Dalla morte dell’Abate Gaspare Gaffarelli, non è stato eletto altri e, quindi, non si provvede alla chiesa”.

La chiesa ha cinque altari. L’altare maggiore dedicato a S. Nicola di jus  patronato della confraternita del SS. Sacramento. Altari della Madonna delle Grazie, di S. Rocco, della SS. Trinità eretto nel 1709 da Caterina Basilici; altare della Madonna del Suffragio eretto nel 1718 da don Giacomo Marcangeli e di jus patronato della sua famiglia.

Chiesa di S. Maria dei Raccomandati, una volta dei padri conventuali venne in possesso della comunità il 14 maggio del 1816 con strumento notarile del notaio Domenico Marcangeli di Canemorto. Vi è eretta la confraternita del. Confalone. Ha cinque altari. Madonna dei Raccomandati, s. Antonio da Padova, S. Lucia, Madonna del Rosario, S. Francesco d’Assisi. Ha il campanile con tre campone. Non ha battistero. Vi è il cimitero contiguo al coro, ma “sono più di venti anni che non vi è stato sepolto alcuno”.

Poco distante dal paese vi è la chiesa di S. Giacomo Maggiore di jus patronato del principe Borghese.

Santuario della Madonna di Vallebona “eretto dalla discreta pità del popolo fin dal principio de 1600 sulle ruine del castello diruto di tal nome”.

Poco distante dal santuario c’è la chiesa di S. Giovanni Battista. 

Chiesa di S. Maria del Piano tenuta un tempo dai Padri Benedettini, ma attualmente quasi abbandonata al punto che “la fabbrica è in cattivo stato”.


Stato patrimoniale delle chiese

“Il parroco non ha altra rendita di quella di scudi 100 che gli vengono annualmente pagati sulla rendita dovuta all’abate commendatario il quale percepisce l’intiera rendita vistosa della Badia”.

“Essendo la casa parrocchiale sfornita di tutto” e in pessimo stato, il parroco risiede nella abitazione di famiglia.

Vi sono soltanto benefici semplici: quello del Purgatorio attualmente vagante e quello della SS. Trinità.


Congregazioni laicali

Compagnia del SS: Sacramento istituita il 25 giugno 1585. La divisa era composta da sacco bianco con rocchetti rossi ai lati di color paonazzo, ossia celeste. Era aggregata alla omonima compagnia della Minerva in Roma.

Contava cento iscritti e aveva un reddito annuao di scudi cinquanta.

Compagnia del Confalone e dello Spirito Santo eretta nel 1660, riunite il giorno 8 ottobre 1822 da mons. Foscolo, aggregata all’arciconfraternita di S. Lucia in Roma.

Pia unione di Sorelle della Carità istituita in occasione delle missioni del 1807 con approvazione del vesovo diocesano con lo scopo di accudire agli ammalati.


Vita cristiana

Dottrina cristiana: durante il periodo invernale, contrariamente all’estivo, intervengono molti. Si usufruisce dell’aiuto delle Maestre Pie.

Devozioni popolari: nel settembre 1834 venne introdotta una processione in onore di S. Filomena dietro il dono di una reliquia della santa e di un suo quadro fatto da monsignor Anselmo Basilici.

Dal 20. Giugno 1832 fu introdotta la novena a S. Filippo Neri il cui giorno di festa è di precetto come a Roma.


10 febbraio 2021

La Madonna di Vallebona e le Confraternite di Orvinio di PIETRO ATTILIA



Che dire di Orvinio, delle sue bellezze, della sua posizione geografica, del suo aspetto "fotogenico" e dell'immagine a prima vista che sorprende e affascina il visitatore, che sia un passante frettoloso o un turista innamorato? Che dire  anche di quanti hanno scritto e fotografato Orvinio? Quante belle immagini, fotografiche e pittoriche! Quante ispirazioni! Oggi ne raccontiamo una (di ispirazione) in ordine di tempo che è venuta al nostro Gianni Forte. Gianni è una persona discreta, non cerca visibilità, anzi a volte ne ha quasi spavento e la sfugge; non tutti gli orviniesi lo conoscono, se non per averlo intravisto passeggiare o solo per un saluto fugace quando ci si incontra per strada. Tanta modestia si sposa con la sua gentilezza e sensibilità, che si manifesta  in una raffinata cultura e fantasia, particolarmente espressa su una tavolozza con il pennello. 
Da un opera del Caravaggio (contemporaneo del Cavalier D'Arpino, per averne frequentato la Bottega, dalla quale uscirono anche le prime pennellate del nostro Manenti) San Matteo e l'Angelo, Gianni si è ispirato per fare una sua opera che rappresentasse Orvinio, nella sua religiosità, con i costumi delle Confraternite e dei suoi personaggi. A memoria non sembra che queste siano mai state rappresentate in qualche opera. Infatti sono le Confraternite, al centro, che spiccano nelle figure dei due pellegrini in ginocchio, in adorazione della Madonna con il Bambino. Quì Gianni sempre innamorato del Caravaggio, ha voluto riproporre la rappresentazione di un'altra opera: la Madonna dei Pellegrini (visibile nella Chiesa di S. Agostino a Roma). In questo quadro c'è una raffinata sovrapposizione con due figure nello stesso personaggio, prestato dall'altro quadro l'Angelo di San Matteo. E' la figura del caro zio Armando (in posa come San Matteo) che ascoltato l'Angelo, rappresentato da un altro mitico concittadino, Franco chiamato "Spartaco", e qui dove avviene la sovrapposizione? Zio Armando (San Matteo) rivolgendo lo sguardo in ammirazione, ritorna in ginocchio pellegrino, assieme all'altro pellegrino, il nostro amatissimo Renato. E sono i nostri due Confratelli ad adorare la Madonna di Vallebona, sostituita  con la Vergine del Caravaggio (abile gioco di Gianni). Unendo le due riproduzioni  del Caravaggio risaltano quindi le due Confraternite, ben mostrate nelle pale laterali del quadro, che vanno in processione, insieme con gli altri personaggi di Orvinio ed alle Autorità, verso il centro, verso Vallebona, simbolo di forte attrattiva orviniese, sia essa religiosa laica o spirituale.

Questo trittico (misura 230x120 cm.) che ci riporta all'antico, in chiave moderna (in tempo di covid), è una somma di combinazioni sentimentali: la fede, la tradizione nei costumi, l'amore verso i deboli.

Si dice che un grande artista adopera tutto ciò che si è conosciuto o scoperto nella sua arte fino a quel momento, poi va oltre ciò che è stato conosciuto e crea qualcosa di suo. E qui dobbiamo riconoscere "quel suo di Gianni" che lo fa (anche se lui per modestia rifiuterà) grande.

                                                                                                                                                Pietro Attilia                                                                                                                                                                                                                                            

09 febbraio 2021

Se Mattarella chiama noi siamo pronti!

 


Orvinio festeggia i cento anni di CAMILLO FABRIANI ( ilMessaggero.it del 7 febbraio 2021)

 

Era l'inverno del 1927, ad Orvinio c'era la neve, circa tre metri e mezzo. I ragazzini, uno in particolare, scavavano gallerie dentro la neve gelata con palette improvvisate, mentre il Marchese Annibale Berlingieri veniva messo in salvo con grosse tavole di legno per agevolare l'accesso verso Roma.

Di storie ed aneddoti ne esistono tanti e non basterebbe un'enciclopedia per ricordarli tutti. 

Questa è la storia di Camillo Fabriani, nato ad Orvinio l'8 febbraio 1921, che proprio nel 2021 compie 100 anni. Un secolo di storia dell'Italia, vissuto da italiano doc: Aviere, sommo Contabile, Ufficiale della Repubblica, Cavaliere della Repubblica, Presidente dell'Associazione Combattenti e Reduci di Guerra dal 1999 al 2015, anno in cui la sezione venne sciolta, marito, genitore e nonno amorevole, Camillo è l'orgoglio del nostro Comune. Camillo ha vissuto la seconda guerra mondiale come marconista addetto alle comunicazioni sugli aerei. L'8 settembre 1945, dopo l'armistizio con gli alleati, trovandosi all'aeroporto di Capodichino, tornò ad Orvinio a piedi e, per un breve periodo, venne fatto prigioniero dai tedeschi. Lo ritroviamo, durante gli anni della ripresa economica, impegnato a sbrigare pratiche presso l'Ufficio del Registro di Orvinio e, successivamente presso gli uffici di Roma. Con la pensione si dedica maggiormente alle attività agricole presso i terreni di famiglia, sua grande passione, gestendo i frutti del duro lavoro e riscoprendo altri hobbies a lui molto cari, tra cui la pittura. Custode di un patrimonio storico immenso, ancora oggi aiutato da una memoria vivida ed un fisico integro nonostante la veneranda età, vive nel paese in una confortevole dimora, al fianco della sua amata moglie Adelina. Nei momenti conviviali è attorniato dal calore dei figli e dei numerosi nipoti e pronipoti. Ancora oggi è solito indirizzare lunghe epistole sulle varie problematiche e questioni sia familiari, sia legate al paese stesso, come per esempio sulla salvaguardia del monumento ai caduti, oggetto in passato di progetti di riqualificazione e ampi dibattiti. Molte di queste testimonianze di recente sono state raccolte nel progetto "BORGHI NARRANTI", che fanno di Camillo anche un abile oratore ed un novello youtuber.

L'augurio più sincero per questo primo secolo appena trascorso da parte di tutta la cittadinanza orviniese ed un ringraziamento particolare ai nipoti Simone, Silvia, Flaminia, Alessandro e Marco che mi hanno supportato nel ricordare alcuni passaggi di questa storia di vita meravigliosa.